The damned.

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L’inferno. Mi sembrava di esserci dentro in pieno e la rabbia era l’emozione principale che provavo. Forse era lei che mi dava la carica per andare avanti. La prima volta che la provai fu quando ero piccola e iniziai con gli interventi. La provavo quando vedevo gli altri bambini correre e io ero seduta sulla sedie a rotelle. Allora ogni tanto facevo uno strappo alla regola, e mi mettevo a scendere sullo scivolo a testa in giù, con i conseguenti cazziatoni dalle maestre, decidendo poi per cose meno pericolose tipo correre con le stampelle e inseguire i piccioni. Almeno mi sentivo libera e la rabbia in quei momenti non era con me. Gli anni passati tra casa e ospedale, sono stati intensi e assai deludenti, a parte piccole conquiste che son riuscita a fare nel tempo. Ho fatto amicizie che tengo nel cuore, alcune con cui ho rapporti tutt’ora. Come dimenticare le gare con la sedia a rotelle per i corridoi, o le giornate passate a disegnare, i giri nel giardino dell’ospedale, occupando il tempo durante quei giorni in cui si era ricoverati e ci si doveva sottoporre all’ennesimo intervento…

E proprio qui, ogni volta, la rabbia veniva alimentata dalla delusione del mio vano percorso di guarigione. La speranza e il desiderio di sentirmi dire “Sara sei guarita, la gamba va bene” ogni volta venivano spezzati dopo poco. Sguardi pieni di rammarico e sconforto. La sconfitta. E la rabbia cresceva, ramificandosi. La mia gamba era sempre al centro dell’attenzione e io non mi trovavo più. Odiavo lei, odiavo vedermi così. Odiavo non trovare mai un attimo di pace reale. Sempre con il fiato sospeso, sempre con il timore di una frattura (che poi si verificava comunque), sempre con quella visione allo specchio di una Me con le stampelle e dei ferri ad una gamba. Non sapevo chi fossi realmente. C’era lei al primo posto, io ero qualcosa di indefinito. Avevo gli amici, ma mi sentivo sempre distante da ciò che erano loro. La depressione aveva fatto capolino, era la mia ombra e io mi sentivo diversa. Più dentro che fuori, se devo essere sincera.

Andavo avanti, frequentavo la scuola, andavo in ospedale ogni mese o tot mesi per le visite, facevo i miei interventi una o due volte all’anno.. Sopravvivevo alle giornate. Facevo in modo di aiutare gli altri, l’altruismo mi faceva sentire bene. O almeno così credevo. Non riuscivo e non volevo mostrare la rabbia che provavo, a parte sentirmi priva di vita. Attuavo difese psichiche (come l’altruismo) per tornare ad uno stato quantomeno normale. Son caduta nel tunnel dell’autolesionismo e ogni volta che potevo, in quello dell’alcol. Non posso andare fiera di chi sono stata, di come ho affrontato la mia vita. Ma son stata anche quello. Erano sfoghi che reputavo necessari, per placare tutto quello che mi nuotava dentro e mi distruggeva. E io stessa ovviamente, mi stavo distruggendo, consapevolmente. Ma non mi importava. La morte non mi faceva paura. Non mi fa paura nemmeno adesso, ma la differenza sostanziale è che ho voglia di vita, come prima potevo aver voglia di autodistruzione. Ma non furono anni così drastici e distruttivi come si può pensare. O forse perché sono consapevole di cosa ho affrontato poi, e non riesco a definire quegli anni così tremendi e bui, come invece è accaduto in questi quattro anni.

Conobbi una persona, diventato poi subito il mio ragazzo. Di colpo ecco raggiunto il paradiso! E invece era l’inferno, quello vero, solo mascherato bellamente per sembrare qualcosa di sublime. Un rapporto malato, unilaterale, una personalità istrionica e manipolatoria con cui ho condiviso tre anni della mia vita. Una persona che mi ha distrutto. E insieme a lui, che mi distruggeva, c’ero io, che mi odiavo per quello che mi faceva. L’unica forza che avevo era l’amore che provavo per lui, era tanto da darmi la capacità di andare avanti e sopportare. Sopportare e colpevolizzarmi allo stesso tempo. Ma era un odio, quello verso me stessa, che era diverso da quello che provavo prima. Una sorta di punizione, io dovevo pagare per essere quella che ero. E così, gli abusi erano una cosa normale. Io non ero più nessuno, avrei voluto solo un amore che non c’era. Rivolevo i primi mesi, in cui tutto era apparentemente positivo. Ma non potevo, e quello che avevo, me lo facevo andare bene. Era giusto, la mia testa diceva che era giusto. E il bello è che rabbia non ne provavo con lui. L’avevo spenta. C’era solo l’altruismo più forte che mai, e l’amore. Due componenti su cui hanno approfittato anche i suoi genitori. La famiglia perfetta, che mi voleva bene e mi adorava, che poi mi ha fatto a pezzi.

Son riuscita a mettere una fine a tutto ciò, con l’aiuto di un mio amico. Grazie a lui ho aperto gli occhi, la realtà è piombata dinnanzi a me. Ne sono uscita indenne, se non fosse per i due stupri, ma ne sono uscita. Da quel momento la rabbia è tornata più distruttiva di prima. L’odio era più distruttivo. L’autodistruzione è ricominciata. Il dolore era troppo, e io lo rifiutavo. Rifiutavo i flash che comparivano nella mente, rifiutavo il pensiero che lui avesse delle colpe, era molto più semplice darle tutte a me stessa: a quella persona che avevo odiato per 17 lunghi anni. L’ultimo anno è stato il peggiore, ma fortunatamente quattro mesi fa, dopo essere andata in un centro Anti Violenza e aver parlato con una psicologa, il cui consiglio è stato di continuare il percorso psicologico, in quanto avevo ferite profonde da curare, ho deciso di contattare il mio attuale psicoterapeuta.

Ho lavorato molto sulle emozioni i primi tre mesi, ed ora sto affrontando gli episodi degli abusi e delle violenze. Parlarne non è semplice, la vergogna e la tristezza mi disorientano quando devo affrontarle, ma sto capendo, sia su quella persona, sia su me stessa. E il passo che mi ha fatto deporre le armi e porre fine a questa guerra verso Sara, è stato un messaggio di un mio amico. Dopo averlo letto ho sentito il peso che mi portavo dentro andarsene via. Da lì ho potuto iniziare a perdonarmi e sentire che facevo parte di questa vita. La rabbia non c’è più, l’odio nemmeno.. Ci sono feriti, desolazione e silenzio. La cosiddetta quiete dopo la tempesta. Potermi abbracciare come se fossi qualcuno che non vedo da troppo tempo, qualcuno che credevo morto. Consapevole di quanto male mi sia fatta, e di quanto male mi è stato fatto. Riuscire di nuovo a piangere. Ci sono ancora diverse cose su cui devo lavorare, cose che penso verranno anche da sè, col tempo. Ma il passo più importante l’ho fatto. E ora posso solo continuare a volermi bene, prendermi cura delle mie ferite e lottare ogni giorno per mantenere il sorriso sulle labbra e la leggerezza dentro l’anima.

6 thoughts on “The damned.

  1. come ti ho già detto ieri sera scrivi bene… ma questo succede anche perché stai scrivendo di te e delle tue emozioni che conosci veramente bene, solo tu. Riuscirle a trasmettere poi è un’altro paio di maniche. 😉

    Come unica critica ti consiglierei di aumentare il corpo del carattere dei post perché è molto piccolo e si fa fatica a leggerlo anche da uno schermo 17″ figuriamoci da uno smartphone.

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      1. ahhh si così si che si legge bene… brafa… (piuttosto usa il tasto “read more” per spezzare il post dopo un numero fisse di righe (o alla fine di un paragrafo introduttivo) in modo che chi accede alla home vede tutti i post e partendo dal primo paragrafo che rendi visibile sceglie poi lui se continuare o no (di solito si).

        Miao!

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